Ho testato FaceApp su 10 rockstar

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FaceApp è uno dei passatempi del momento, la cosa che più stuzzica gli utenti è vedere come sarebbero (secondo l’intelligenza artificiale) se fossero nati del sesso opposto. Siccome il me stesso femmina non mi ha soddisfatto ho pensato bene di dilettarmi con l’app testandola su alcuni dei miei artisti preferiti. Ecco il risultato (in ordine crescente in base ai canoni estetici che mi soddisfano e/o allo shock che mi ha provocato la trasformazione):

10. JIM MORRISON

Nei panni di Jimba il buon Jim avrebbe forse perso un pochino di fascino. Non proprio un cesso, ma una ragazza come tante (con il viso troppo tondo).

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9. OZZY OSBOURNE

Siccome ho sempre sostenuto che la mia migliore amica somiglia a Ozzy con gli occhiali tondi non ho resistito. Ora chi glielo dice che la signora Osbourne è più carina?

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8. MELISSA AUF DER MAUR

Quella che ho sempre considerato la donna più bella del mondo come uomo non mi pare un sex symbol, forse dovrebbe cambiare parrucchiere.

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7. SID VICIOUS

La signorina Sidney sarebbe troppo mascolina per i miei gusti, ma potrebbe sempre conquistarmi con il punk.

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6. LAYNE STALEY

La signorina Staley sarebbe stata molto carina invece.

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5. MIKE PATTON

Una Michelina Patton così non vi fa venire pensieri sconci?

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4. COURTNEY LOVE

Sembra un galeotto che ha ucciso la moglie il 5 aprile del 1994.

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3. DONITA SPARKS

La memoria artificiale tira fuori tutto il Monster in lei. Mi ricorda un misto tra Iggy Pop e David Bowie truccato per fare la parte di un maniaco in un film di Rob Zombie.

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2. SANDRA NASIC

Sandro è un cantante tedesco di origine croata, direi che qua l’intelligenza artificiale ha funzionato (non nel senso che sia un bel ragazzo, ma potrebbe essere veramente un parente stretto della leader dei Guano Apes e, probabilmente, avrebbe anche lo stesso timbro vocale).

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1. KURT COBAIN

Credo che sognerò Kurta per diverse notti.

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Thegiornalisti a 23 euro? 5 modi per spendere meglio i tuoi soldi

Sopravvalutare gente che non ha niente da dire o che non ha proprio il buon vecchio piglio è ormai la cosa che riesce meglio alle fanbase e agli addetti ai lavori che gironzolano tra le webzine che contano e tra i locali che contano (i soldi).

“Sopravvalutare” anche in senso stretto, eh! Sto parlando di prezzi, mercato, crisi e di loro: fruitori di paghette e bonus per i 18enni, neet, babbei fuoricorso, webzinari gratis con i soldi di papà, youtuber che non conoscono l’italiano etc. tutta gente che manda sold out band senza né arte né parte.

Okay, ero giovane e mi piacevano i Verdena, me li son visti un fracco di volte, ma quando il prezzo del biglietto superava 10 euro ero il primo a sventolare bandiera bianca: pensavo semplicemente che fossero dei ragazzi come me e che non andassero trattati come star (la storia mi ha dato ragione) e pensavo che i loro concerti non dovessero costare quanto (che ne so) un live dei Mudhoney che porca puttana mi vengono da Seattle con il sussidiario sottobraccio.

Oggi sono incappato per l’ennesima volta su una sponsorizzata di un live di una delle band che INSPIEGABILMENTE sta facendo furore dopo anni di onorata gavetta, i Thegiornalisti, prezzo: 23 euro.

Non addentrandomi oltre vi propongo una serie di acquisti che potreste fare con la stessa cifra, diciamo cose più utili e anche più piacevoli, voilà:

5. Hitler – Der Aufstieg des Bösen [2 DVDs]

Eh, mi fate salire il nazismo e ho bisogno di rilassarmi con una docu-fiction in doppio DVD, fatelo anche voi, avete bisogno solo di quei 23 euro!

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4. Una ceretta inguine + ascelle

Stesso prezzo, ma indubbiamente meno dolorosa di un concerto dei Thegiornalisti.

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3. Tre bottiglie di stura water

Non so perché, ma il podio è prettamente scatologico. Al terzo posto: procuratevi tre bottiglie di stura cesso (23 euro, ovvio) che se vi venisse voglia di andare alla prossima data potrebbero servirvi (prevenire è meglio che curare).

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2. Duecentotrenta rotoli di carta igienica del discount 

Vuoi mettere? Sempre che non ci pensi mammà.

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1. Un clistere, e che clistere!

Atto di coraggio per atto di coraggio io sceglierei questo, costa anche qualche centesimo in meno di un concerto dei Thegiornalisti. Poi cazzo… il packaging è una cosa surreale e tra Love Shower e Thegiornalisti non c’è confronto neanche a livello di nome, direi.

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By Starlight EP, recensione

EP di debutto dei britannici By Starlight: Sara Murray (voce e basso), Martino (chitarra e cori) e Ivo Sotirov alla batteria.

Il lavoro è stato prodotto da Paul Corkett che nel suo curriculum conta Black Market Music dei Placebo, Bloodflowers (The Cure) e The Butcher And The Butterfly (Queenadreena).

Il disco nasce da tutto questo: radici noise smussate dalla produzione ed evolutesi grazie alle diverse influenze dei membri del gruppo, la traccia di apertura ‘Run Away’ (capace di restarti nella zucca per un bel po’) ben rappresenta questo processo. Il cantato, sempre pulito, ricorda molto quello di Shirley Manson e alla fine dei conti ciò che si sente di più a livello di rimandi sono Pixies e The Cure, seppur rivisti e corretti con le chitarre che spesso vanno a 200 all’ora e la batteria che non perde un colpo.

Anche il secondo brano ‘So Desperate’ è destinato a rimanere in testa per un po’ di tempo, però per i miei gusti le canzoni uggiose devono esserlo non solo nelle liriche: la musica non dovrebbe essere frenetica, ma lenta e cadenzata; un po’ come avviene nella successiva ‘The Reason’ che (seppur catchy) è più calma.

‘All Gone’ conclude l’EP con qualche graffietto e feedback in più.

Il debutto dei By Starlight è quindi spendibilissimo sul mercato (specie quello più preparato del Regno Unito) grazie alla sua produzione pulita, alle doti della band e alla capacità di composizione fondata su ritornelli che fanno ciò che devono fare: restarti in mente. A livello personale non mi sarebbe dispiaciuta una dose maggiore di tristezza e lentezza, viste anche le liriche che mi sembra rimandino spesso ad amori finiti male; però più lo ascolto e più mi piace.

Sul sito della band potete ascoltare l’EP e scaricarlo:

http://www.bystarlight.info/

 

Live report – Le Butcherettes @ Tunnel

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Concertone. Un’ora di adrenalina altissima con Le Butcherettes al Tunnel Club di Milano. La band messicana ha dato prova delle proprie potenzialità, nonché della sua recentissima evoluzione dovuta all’inserimento della batterista dai capelli turchini Alejandra Luna Robles che ha influito sul sound rendendolo molto più duro.

Teri Gender Bender e i suoi hanno infatti interpretato una selezione dei pezzi dei loro tre album riarrangiati quasi completamente.

La líder ha offerto un saggio della sua follia trascinando il pubblico con le sue performance meta-artistiche. Teri si è presentata sul palco con una tuta da meccanico sotto la quale non era difficile intravedere il suo consueto completo rosso che è diventato l’abito di scena dopo lo strip sulle note di Dress Off. Tra botte in testa con il microfono e nenie in spagnolo a metà tra canzoni per bambini e formule di macumba, Le Butcherettes hanno proposto i loro brani migliori dall’ultimo singolo My Mallely al primo Henry  Don’t Got Love.

Culmine della serata: Teri che passa sotto la transenna come in un’esibizione di limbo professionistico, mi scopa i piedi e balla con un paio di persone del pubblico durante una lunghissima versione di Leibniz Language.

E a fine concerto la nostra umilissima e sudatissima si è intrattenuta con gli spettatori concedendo baci, abbracci e foto nonostante, dal punto di vista dell’affluenza, la serata sarebbe potuta andare meglio.

Sono i giorni di Teri Gender Bender

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Mentre il tour del main project Le Butcherettes si avvicina a larghe falcate verso il Tunnel di Milano ove suonerà questo sabato sera, la vulcanica Teri Gender Bender dà alla luce due sorprese.

Iniziamo proprio da Le Butcherettes che hanno fatto uscire il nuovo video di My Mallely (tratta da ‘A Raw Youth’) che potete gustarvi qua sotto:

 

L’altra gustosa novità è Drugs On The Bus, la prima traccia del suo ennesimo progetto Crystal Fairy (un vero e proprio supergruppo che la vede affiancata alla chitarra da Buzz Osborne e alla batteria da Dale Crover, entrambi The Melvins, e al basso dall’eterno amico Omar Rodríguez-López). Il primo album dei Crystal Fairy (eponimo) uscirà il 24 febbraio per Iperpac, il brano d’assaggio ci rivela un prodotto molto melvinsiano a livello di sonorità, ma con la voce della messicana che dà quel tocco gradevole che a mio avviso è sempre mancato alla band statunitense, ecco qua:

 

Se vi piace la buona musica credo che questo materiale non possa che farvi venire voglia di recarvi al Tunnel Club sabato alle 21.00, lo spettacolo che ogni volta che sale sul palco può offrire la follia della Teri sarà sicuramente memorabile (ve lo dice uno che l’ha già vista all’opera e che si concederà volentieri il bis).

Musica dal vivo, portatori di cultura o di interesse?

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Settembre tempo di calendari per i medi-grossi live club dell’italica penisola, programmi uguali di anno in anno con la variante del finto outsider che per la stagione 2016/2017 si chiama Motta. Sorprese praticamente zero, tutto piatto, tutto uguale, tutto prevedibilissimo. In Italia il comparto musica dal vivo non osa, i gruppi medio-grossi alternative di ovunque spesso si ritrovano a girare intorno allo Stivale: Svizzera, Slovenia, ma difficilmente arrivano qua e se ci arrivano non vanno sold-out (in Svizzera e in Slovenia però lo fanno eccome).

All’estero la mission dei locali è proporre gruppi validi e roba nuova (non parlo di ’emergenti’ sgrausi da localetto di periferia), qua se si può si evita il nome straniero (qualche isola felice a Bologna o Milano forse è rimasta) e si fanno le cose facili, i compitini, tanto basta dare il pane e circo: la gente vuole la Bandabardò, i Tre Allegri Ragazzi Morti, Dente.

I gestori dei locali italiani quindi non sono più portatori di cultura, ma portatori di interesse (a Londra e a Milano si dice ‘stakeholders’) e fanno contente le agenzie e il pubblico che vuole solo danzare e farsi dei cocktail senza pensare alla qualità della proposta. La cosa ridicola è spesso fanno capo ad ‘associazioni culturali’.

La responsabilità viene anche dalla stampa, lasciamo stare le marchettine dei webzinari e concentriamoci sul pesce grosso che potremmo chiamare, boh, RS? Vada per RS. Non solo dà spazio a Bandabardò, Tre Allegri Ragazzi Morti e Dente come se fossero Beatles, Kiss e Neil Young, ma ormai ‘piscia fuori dal vaso’ e ti sbatte in copertina gente che con la cultura dalla quale nasce il magazine di riferimento per i rocker (complice di morti eccellenti come quella di Rocksound) non c’entrano un cazzo: vedi Fedez, J-AX e gli altri rappettoni che fan vendere copie.

Torniamo a noi immaginate un locale con buona capienza, che so, di Livorno vuoi che non chiami ogni anno il nome conosciuto livornese, magari amico intimo del gestore del locale? Oh, succede sempre anche quando questo pensa a tutt’altro che al fare dischi.

Immaginatene un altro, storicissimo, che ne so di Firenze, che deve fare? Adeguarsi all’appiattimento culturale e, dopo aver contribuito al successo nazionale di gente come i Litfiba o i Diaframma ti mette in calendario serate di taranta (che da un decennio o più piace tanto ai radical chic fuori sede) o Cristina D’Avena e i Gem Boy quando va bene.

Fingiamo ancora di essere in Toscana, diciamo a Viareggio. Qua locali che osano non ce ne sono da 10-15 e forse più anni. Però troviamo un gruppo, che quando c’è una serata live, è sempre la principale alternativa alle cover band. Per ammissione degli stessi gestori il suddetto gruppo “fa cagare ma porta sempre un branco di gente”, così rispondono a chi fa booking e gli propone qualcosa di più interessante, ma per loro “più rischioso”.

Questa è la situazione e chi ha idee, gusto e cultura musicale è volutamente messo da parte e si ritrova ad aprire un blog sfigato che si chiama Paper Cuts.

Tutto questo mi sembra molto peggio del fatto che Manuel Agnelli arrotondi con XFactor.

Pin Up Noise – Dimetoato EP (La Clinica Dischi), recensione

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Non mi sconvolgeranno la vita, ma i Pin Up Noise con il loro nuovo EP Dimetoato dimostrano di essere tra gli ormai pochissimi in Italia che fanno musica con passione e senza la malizia di chi suona solo per portarsi a casa il Tenco e due fighe.

Il titolo del disco richiama le scorie tossiche emanate nel 1988 a Massa (città della band) dalle due esplosioni della Farmoplant: “i Pin Up Noise vogliono compiere il loro piccolo disastro musicale’ e far riflettere sui benefici e sui danni del progresso scientifico-tecnologico.

Ritmica, varietà e la sincerità emanata sono i punti forti dell’EP, le liriche (che spesso si rifanno al dopo-sbornia) e le linee vocali non molto curate quelli deboli.

Il singolo ‘Sbronzo e confuso’ aiuta a capire: 6 minuti tra rallentoni, feedback, quattro quarti e un cantato che segue troppo la batteria.

‘Eternoia’ si apre invece con una parte molto punk-rock nostrano con un intermezzo grunge, ma senza tonfi allo stomaco.

‘Sergio’ potrebbe essere una cover dei CCCP (che infatti vengono citati nel testo).

I due brani finali sono quelli che mi hanno colpito maggiormente in positivo: ‘Non ci soddisfano’ ha un atmosfera molto ‘Jack Frusciante è uscito dal gruppo’ e un testo che finalmente merita applausi a scena aperta, cito: “C’era un rumore in lontananza eri tu che ascoltavi i Sonic Youth/eri tu che ascoltavi gli Smiths (…) Vasco Brondi non ci soddisfa, Brunori non ci soddisfa, Lo Stato Sociale non ci soddisfa, Dente non ci soddisfa”, era ora: qualcuno con un po’ di coraggio e un po’ di gusto!

A chiusura troviamo la canzone di protesta ‘Lo Stato’ che, dal punto di vista prettamente musicale, mi sembra quella più riuscita e originale.

In conclusione mi auspico che il gruppo resti in piedi, conservi questa genuinità e, perché no, che un giorno possa sconvolgermi l’esistenza.

Qua potete ascoltare Dimetoato: