Mondiali band femminili, senza l’Italia

Paper Cuts lancia un simpatico giochino che mira a far conoscere tante artiste che nel nostro Paese ancora non hanno ancora il giusto seguito. Tediato dalle discussioni sulla mancata qualificazione ai Mondiali di calcio della nazionale di calcio e rimuginando sulla musica italiana e quella estera mi son detto: “Oh, ma come mai trovo un sacco di gruppi fighi di nazioni anche impensabili e qua mi fanno tutti schifo?”, la mia predilezione per le female-fronted band non è poi un segreto; eureka! Facciamo un giochino?

Mi sono fatto una bella lista di gruppi degli anni Dieci divisi per nazione, ho usato un programma di sorteggio online per non favorirne nessuno e così mi son venute fuori le accoppiate dei quarti di finale.

Come funziona? Una volta al giorno sulla pagina Facebook ci sarà il sondaggio con un link per gruppo e quello più votato avanza alla fase successiva. Siccome so che far ascoltare la musica all’utente social è difficilissimo, prometto di usare brani della più breve durata possibile (e comunque le band che mi piacciono difficilmente la tirano per le lunghe).

Bene bene, eccovi il tabellone dei quarti di finale, nella speranza che, se ci sarà una seconda edizione ci sia anche un gruppo italiano (uguale uguale al calcio):

Valentiine (Australia) – Baby In Vain (Danimarca)

Tadzio (Giappone) – Skating Polly (U.S.A.)

Le Butcherettes (Messico) – Vulpynes (Irlanda)

Los Rusos Hijos de Puta (Argentina) – Hands Off Gretel (Gran Bretagna)

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Musica dal vivo, portatori di cultura o di interesse?

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Settembre tempo di calendari per i medi-grossi live club dell’italica penisola, programmi uguali di anno in anno con la variante del finto outsider che per la stagione 2016/2017 si chiama Motta. Sorprese praticamente zero, tutto piatto, tutto uguale, tutto prevedibilissimo. In Italia il comparto musica dal vivo non osa, i gruppi medio-grossi alternative di ovunque spesso si ritrovano a girare intorno allo Stivale: Svizzera, Slovenia, ma difficilmente arrivano qua e se ci arrivano non vanno sold-out (in Svizzera e in Slovenia però lo fanno eccome).

All’estero la mission dei locali è proporre gruppi validi e roba nuova (non parlo di ’emergenti’ sgrausi da localetto di periferia), qua se si può si evita il nome straniero (qualche isola felice a Bologna o Milano forse è rimasta) e si fanno le cose facili, i compitini, tanto basta dare il pane e circo: la gente vuole la Bandabardò, i Tre Allegri Ragazzi Morti, Dente.

I gestori dei locali italiani quindi non sono più portatori di cultura, ma portatori di interesse (a Londra e a Milano si dice ‘stakeholders’) e fanno contente le agenzie e il pubblico che vuole solo danzare e farsi dei cocktail senza pensare alla qualità della proposta. La cosa ridicola è spesso fanno capo ad ‘associazioni culturali’.

La responsabilità viene anche dalla stampa, lasciamo stare le marchettine dei webzinari e concentriamoci sul pesce grosso che potremmo chiamare, boh, RS? Vada per RS. Non solo dà spazio a Bandabardò, Tre Allegri Ragazzi Morti e Dente come se fossero Beatles, Kiss e Neil Young, ma ormai ‘piscia fuori dal vaso’ e ti sbatte in copertina gente che con la cultura dalla quale nasce il magazine di riferimento per i rocker (complice di morti eccellenti come quella di Rocksound) non c’entrano un cazzo: vedi Fedez, J-AX e gli altri rappettoni che fan vendere copie.

Torniamo a noi immaginate un locale con buona capienza, che so, di Livorno vuoi che non chiami ogni anno il nome conosciuto livornese, magari amico intimo del gestore del locale? Oh, succede sempre anche quando questo pensa a tutt’altro che al fare dischi.

Immaginatene un altro, storicissimo, che ne so di Firenze, che deve fare? Adeguarsi all’appiattimento culturale e, dopo aver contribuito al successo nazionale di gente come i Litfiba o i Diaframma ti mette in calendario serate di taranta (che da un decennio o più piace tanto ai radical chic fuori sede) o Cristina D’Avena e i Gem Boy quando va bene.

Fingiamo ancora di essere in Toscana, diciamo a Viareggio. Qua locali che osano non ce ne sono da 10-15 e forse più anni. Però troviamo un gruppo, che quando c’è una serata live, è sempre la principale alternativa alle cover band. Per ammissione degli stessi gestori il suddetto gruppo “fa cagare ma porta sempre un branco di gente”, così rispondono a chi fa booking e gli propone qualcosa di più interessante, ma per loro “più rischioso”.

Questa è la situazione e chi ha idee, gusto e cultura musicale è volutamente messo da parte e si ritrova ad aprire un blog sfigato che si chiama Paper Cuts.

Tutto questo mi sembra molto peggio del fatto che Manuel Agnelli arrotondi con XFactor.

La cover di Nevermind rivista con 10 filtri Prisma

Un album che ha fatto la storia e di cui non si smette mai di parlare vedi le recenti cagate (pardon sparate) che sono uscite dalla bocca del suo producer Butch Vig. Nevermind dei Nirvana (o di Kurt Cobain, tanto per bilanciare le dichiarazioni di Vig con l’ineluttabile verità dei fatti) nel 1991 diede un calcio nel culo a Michael Jackson tirandolo giù dalla hit parade (si diceva così) che dominava da tempo immemore. Il disco è celebre anche per la cover che vede ritratto l’allora piccolo Spencer Elden inseguire sott’acqua in una piscina una banconota da un dollaro appesa ad un amo. La cover creò malumore tra i political correct della major Geffen che vedevano nel piccolo pene del piccolo Spencer un grande problema. Contro queste resistenze Cobain propose un adesivo a censura delle pudenda del bimbo con la dicitura “Se ti senti offeso sei un potenziale pedofilo”, la copertina alla fine rimase così.

Perché non vedere cosa potrebbe venir fuori con un’immagine così iconica rivisitata con una delle app più usate del momento? Ecco che mi sono messo a giocare con Prisma, tra un messaggio di overcapacity e l’altro, rileggendo in dieci varianti quella copertina. Here we are now, entertain us!

1. TRANSVERSE LINE

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2. MONONOKI

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3. ROY

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4. IMPRESSION 

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5. CURTAIN

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6. CANDY

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7. DREAMS

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8. GOTHIC

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9. WAVE

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10. TOKYO

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Kurt Cobain torna in tour

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Kurt Cobain di nuovo in tour, pardon in mostra. Tale Jeff Jampol (che già ha fatto cose simili con artisti quali Janis Joplin e Otis Redding) ha infatti rivelato al New York Times di stare lavorando a un’esposizione delle opere di arte figurativa (quadri, collage e quant’altro) del compianto leader dei Nirvana.

La mostra sarà itinerante e comprenderà gli artwork di nirvaniana memoria curati dallo stesso Cobain (vedi In UteroIncesticide) e opere mai viste sino ad oggi, ma ci saranno anche oggetti appartenuti al cantante-chitarrista che con l’arte c’entrano poco o niente (come sempre siamo sul filo dello sciacallaggio).

Va detto che Kurt non era affatto male con il pennello (o le forbici con le quali tagliò delle foto di vagine malate per farne un collage) in mano e questo estro l’ha trasmesso alla figlia Frances Bean la quale si è distinta con diverse opere interessanti e oscure e qualche mostra in giro per gli States.

 

 

Afterhours, Folfiri o Folfox parte dalla Feltrinelli di Milano

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Esce ufficialmente domani il nuovo lavoro degli Afterhours: l’atteso doppio con 18 brani e 1 ora e 20 di musica e liriche Folfiri o Folfox,  ma oggi la band milanese ha debuttato con il tour instore presso le Feltrinelli partendo da quella della propria città sita in piazza Piemonte.

Manuel Agnelli ha spiegato che l’album, fortemente segnato dalla morte di suo padre a causa del cancro, è stato un modo per espellere le tossine e per parlare di tematiche ancora tabù cosa che, a suo dire, solo una rock band può permettersi di fare nella società in cui viviamo. L’album, da quanto abbiamo potuto sentire, è molto vario; il violinista Rodrigo D’Erasmo ha spiegato che la composizione non è stata fatta attraverso jam, ma è stata più affine a quella della musica classica con scambi di idee (e file) da parte di tutti e la prima parte del lavoro in sala affidata proprio a lui, Agnelli e al nuovo batterista Fabio Rondanini. Gli After in fase compositiva si sono spesso trovati di fronte a delle scelte che frequentemente sono state essenzialmente di sottrazione, come ha detto Manuel elogiando più volte (a ragione) le qualità di tutti altri membri del gruppo. Nel disco infatti ci sono canzoni in cui qualcuno dei musicisti nemmeno suona. Folfiri o Folfox secondo il chitarrista “noise” Xabier Iriondo rappresenta tutte le sfaccettature della band condensate in un solo prodotto (considerazione che trovo molto azzeccata), il suo collega bassista “pop” Roberto Dell’Era ha fatto un intervento più scherzoso invitando tutti ad acquistare l’album e facendo da “spalla” ad Agnelli che ha sottolineato di non avergli fatto cantare neanche una nota in studio ma di averle cantate alte di proposito per metterlo in difficoltà nei live. Già in sintonia con la band il terzo chitarrista aggiunto Stefano Pilia.

Dopo le chiacchiere la musica con 5 pezzi: 4 nuovi, tra cui il singolone ‘Non voglio ritrovare il tuo nome’ e ‘Padania’ arrangiata bene da far paura.

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E per chiudere il classico firma copie.

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Intervista a Michelle Leon, ex bassista delle Babes In Toyland e autrice del libro ‘I Live Inside’

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‘I Live Inside’ l’ho divorato in due giorni, non pensavo di poter leggere duecento pagine in inglese con tutta la ruggine che ho accumulato negli ultimi anni. Il merito è tutto dell’autrice Michelle Leon, la bassista originale delle Babes In Toyland, che si è dimostrata un’eccellente narratrice. Nel suo primo vero lavoro letterario il focus è proprio la vita all’interno della band, da quando le tre musiciste potevano ritrovarsi a servire birre nel locale dove poche ore dopo si sarebbero esibite alla consacrazione e all’attenzione dei media. Michelle racconta tutto con assoluta sincerità ed è in grado di creare empatia per quella ragazzina un po’ timida che condivideva il palco e il furgone “Vanna White” con due personalità forti come Kat Bjelland (che su quel mezzo viaggiava sul “sedile della principessa”) e Lori Barbero. Lo stile di scrittura è semplice, diretto, accattivante. Il libro è strutturato in capitoletti scritti in presente storico e ogni tanto irrompono tra le sue pagine dei flash dell’infanzia e dell’adolescenza che contribuiscono a capire meglio le insicurezze dell’autrice/protagonista e la fascinazione che pian piano cresceva in lei per i ragni, la morte e l’oscurità. Interessante anche il materiale fotografico che impreziosisce il volume edito da Minnesota Historical Society Press.

Il dialogo con il lettore è costante: Michelle spesso irrompe con commenti cinici e mette a nudo alcune sue avversioni verso l’utilizzo di termini come “gig” o la ricorrente domanda sul cosa significhi essere una musicista donna. Ma questa è soprattutto una storia di incomprensioni, scazzi, tensioni, sorellanza, amore, condivisione tra tre persone. E una storia di morte che strappa il cuore. Veramente uno dei più bei libri che mi sono capitati tra le mani negli ultimi tempi.

Michelle è stata entusiasta di concedermi un’intervista e anche il modo in cui ha risposto alle domande mi è piaciuto molto, ci sa fare con la penna quanto ci sapeva fare con il basso!

We do an interview with Everett True, a famous music journalist in England, for the magazine NME. Thy take pictures of us in a London fla market, sheer white dresses hanging behind us on a clothesline as we sit on the ground. Everett asks a riveting question: “What’s it like to be girls in a band?” Lori kids that we get our periods at the same time. I cringe. Kat then talks about her stepmother beating her for not doing her chores properly. Lori mentions a guy whipping his dick out at her. “Is there anything else you would like to know?” I ask.
The interview questions I like best are the ones that explore our personalities, like “What’s your favorite holiday?” or “What’s your favorite food?” College fanzine writers are often great that way, like their intentions are pure, wanting to know more about you. Thse interviews are
actually fun. (MICHELLE LEON, ‘I Live Inside’ , Minnesota Historical Society Press, 2016)

  1. Perché hai deciso di scrivere questo libro?

Inizialmente non volevo scrivere per niente della band. Ero sulla difensiva e pensavo che a nessuno potesse importare di un’altra biografia rock e che sarebbe stato super noioso scriverne una. Stavo cercando di usare i miei master post laurea per scrivere cose più originali. Stavo scrivendo molto sulla mia vita, molte cose recenti come il vivere a New Orleans durante l’uragano Katrina. Mentre scrivevo il mio lavoro continuava a tornare ai tempi in cui ero nella band e alla fine ho capito che quella era la storia.

  1. Cosa significa per te il titolo ‘I Live Inside’?

Ha tanti significati: essere parte di qualcosa di importante è “vivere dentro”, come la band e la scena musicale o come passare il tempo con gli amici o la famiglia. L’idea di essere un insider vs. essere un outsider, trovare un posto al quale senti di appartenere. Ma si riferisce anche alle emozioni interne all’animo, allo scoprire significati vivendo e creando arte e musica e a come ciò ti fa sentire vivo, potente e libero.

  1. Il libro si apre con delle brevi opinioni di musicisti e scrittori sullo stesso. Quale di queste ti ha più toccato?

Ho amato tutte quelle recensioni! Quelle delle signore Skating Polly hanno significato molto per me perché loro hanno più o meno l’età che avevo io nel libro, è come un passaggio di testimone. Mi è piaciuta anche quella di Scott Heim che dice che il libro fa sì che tu voglia ascoltare musica con me e ballare con me; quello è il complimento definitivo!

  1. Hai impiegato sei anni per scrivere il libro, c’è stato un momento buio durante il processo? E il momento migliore invece quale è stato?

Ho dovuto affrontare molti rifiuti da agenti e editori, quindi ci sono stati momenti in cui sentivo che il libro non sarebbe mai diventato realtà. È stata molto dura perché ci ho messo dentro tanto cuore. Scrivere della morte di Joe Cole è stato veramente difficile; ho affrontato molti momenti cupi (da dentro e da fuori) e ho veramente scavato in profondità per ricordare come fosse essere lì in quel posto, subito dopo che lui se ne era andato e quanto ciò mi distrusse.

Molti dei momenti migliori sono stati quando la scrittura ha iniziato a scorrere, quando stavo avendo questi punti di svolta con i quali potevo capire cosa significava il tutto. Avere il libro pubblicato è stato fantastico! Non riesco a credere che sia realtà. Come quando un sogno diventa vero, così è vedere il libro fisicamente seduta alla mia scrivania o mentre faccio dei reading e firmo le copie nelle mie librerie preferite.

  1. Suonare nelle Babes In Toyland e scrivere un libro: quanto sono vicine e quanto lontane tra loro queste due forme d’arte?

Entrambe le cose, la scrittura e la musica, vengono dagli angoli più profondi del mio cuore. Entrambe derivano dai lavori creativi che apprezzo enormemente, adoro e amo. Scrivere è molto molto intimo, privato e personale, qualcosa da fare da soli. La musica è molto molto forte e collaborativa, quindi il tuo amore e la tua creatività vengono mischiati con quelli dei tuoi compagni di band per creare qualcosa che sta al di sopra di tutti voi, qualcosa di più grande di voi come individui.

  1. Quali autori hanno ispirato la tua tecnica di scrittura?

Maggie Nelson, Mary Karr, Amy Hempl, Lydia Davis, il libro ‘Widow Basquiat’ di  Jennifer Clements mi ha influenzato molto per lo stile con cui è stato scritto e anche per i brevi flash come nel mio libro. Leggo molto le donne, mi trovo molto più in sintonia con le loro storie e con il loro modo di raccontarle. Ho letto tante biografie per prepararmi. E leggo poesia da Jack Gilbert a Mary Oliver, Rumi, Sherman Alexie. Amo leggere e spero di avere sempre più tempo per farlo.

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CREDIT SHELLY MOSMAN

  1. Vuoi diventare una scrittrice o è stato solo un episodio?

Ho sempre voluto essere una scrittrice. Ho iniziato a scrivere per il giornale della mia scuola quando ero alle medie e avevo più o meno 12 anni! Mi piacciono tutti i generi: dalla poesia alla fiction al giornalismo alle lettere alla manualistica, tutto quello che ha a che vedere con la scrittura mi comunica qualcosa.

  1. Chi era la ragazza nelle foto con Lori e Kat e chi è oggi Michelle Leon?

Ero solo una ragazzina quando ero nella band. Incontrai Lori e Kat quando avevo 17 anni! Adesso sono nei miei quaranta e sono una mamma e una moglie e un’insegnante, ma sono ancora quella ragazza goffa e insicura in fondo in fondo. Amo la musica e l’arte e i fiori e i cani e le mie amiche e i miei amici. Questo non è cambiato!

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  1. Come trovi Kat e Lori oggi? Quali sono stati i loro commenti più significativi su ‘I Live Inside’?

Entrambe sono state fantastiche e mi hanno supportato. Non è stato facile. C’è stata una grande invasione della loro privacy a causa di ciò che ho scritto nel libro, sono stata il più trasparente possibile in quello che stavo facendo e ho mostrato loro le prime bozze. Lori, in particolare, è stata veramente di grande aiuto nel farmi ricordare i dettagli di diversi avvenimenti. La memoria è così interessante perché ricordiamo le cose nei modi più differenti. Proprio in questi giorni Kat mi ha detto: “Hai raccontato la verità” e questo significa TUTTO per me, perché so che lei ricordava molte cose in maniera differente alla mia e il fatto che mi abbia dato il suo OK nonostante la mia verità non combaci esattamente con la sua, mi ha veramente toccato il cuore, non dimenticherò mai la sua generosità.

  1. Quale band rappresenta oggi l’eredità delle Babes In Toyland? Forse ho un’idea!

Amo moltissimo le Skating Polly! (n.d.A l’idea era giusta.) Tutti dovrebbero ascoltarle! Ci sono anche un altro paio di band che amo nell’area delle Twin Cities: le Bruise Violet e le Kitten Forever.

So che ce ne sono tante altre, ma non esco più molto per vedere concerti. Ho un figlio di un anno e un lavoro diurno, quindi è un po’ complicato.

  1. Il libro mi è sembrato una sorta di elegia del passato, che ne pensi?

Sì, è stato divertente capire chi ero e chi sono ora ripercorrendo il passato!

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CREDIT SHELLY MOSMAN

  1. Ultime domande, forse le più facili di tutta la lista: perché non usi la parola “gig” parlando dei vostri show?

Ha ha! “Gig” è una parola buffa per me, mi fa venire in mente un rocker dandy e dozzinale, ma sono sicura che molte persone che la usano non sono dozzinali, parlare di “show” mi sembra meglio, ma non intendevo offendere nessuno!

  1. So che queste due le amerai: quali sono le tue vacanze preferite? Quale è il tuo cibo preferito?

VACANZE: il 4 luglio, non tanto per il significato o per il concetto di GRANDE AMERICA o cose così, ma perché si trova nel mezzo dell’estate ed è il miglior periodo dell’anno durante il quale puoi nuotare nei laghi e andare in bicicletta e andare ai mercati contadini e i fiori sono sbocciati. E i FUOCHI D’ARTIFICIO, naturalmente. Vivo in un posto dove può fare davvero freddo quindi l’estate è super speciale.

CIBI: olive, stuzzichini, verdure di stagione super fresche e pesce e carne affumicata, formaggio, bistecca, vino (AMO TANTISSIMO L’ITALIA E IL VOSTRO CIBO!!!!!) Ho vissuto anche per molto tempo a New Orleans, quindi tra i miei preferiti ci sono anche gamberoni bolliti e granchi e gamberetti.

  1. Dove la gente (italiana) può comprare il tuo libro?

AMAZON ITALY! Potete anche ordinare una copia firmata del  mio libro sulla pagina Facebook. Se avete la pazienza di aspettare quanto potrebbe metterci la posta, scoprirò quanto costano i francobolli per l’Italia quando manderò un po’ di libri domani.

  1. Vorresti suggerirmi un link youtube del tuo periodo nelle Babes e dirmi cosa significa per te?

 Amo questo video perché quello fu l’anno in cui sentivo che eravamo affiatate, che funzionavamo alla perfezione e che era il punto più intenso della nostra carriera insieme. Mi piace anche perché posso vedere quando ero solita portare le mie chiavi al collo per star sicura di non perderle!!!!

 

“Vaffanculo”, Novoselic se la prende con una fan dei Nirvana per il caso Cobain.

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Krist Novoselic, storico bassista dei Nirvana e noto bonaccione, ha perso le staffe. Dopo che il SPD ha diffuso le foto del fucile a pompa con il quale si sarebbe sparato Kurt Cobain tanti fan si sono scatenati sul web chiedendo, per l’ennesima volta in 22 anni, di vederci più chiaro su quel presunto suicidio. Ecco che su Twitter l’utente Mary3thousand ha chiamato in causa Novoselic che con Cobain ha condiviso l’adolescenza e l’inaspettato successo dei Nirvana.

Il bassista si è schierato a spada tratta contro i cospirazionisti confermando che la sua visione rispecchia quella ufficiale: Kurt Cobain si è suicidato.

Se da lato il comportamento di Novoselic può essere compreso, dall’altra può essere biasimato: il musicista non si è limitato infatti a schierarsi da una parte che per tanti fan è sbagliata, ma ha letteralmente mandato a farsi fottere la povera Mary attingendo al fenomeno noto in psicologia come “bias di conferma” e dandole, in seconda istanza dell’ossessionata e insensibile.

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Mary se l’è cavata, per il momento, con un sacco di attestati di solidarietà. Qualcuno ha preso anche le parti di Krist il quale però ha decisamente raccolto più biasimo che altro, soprattutto da quei ragazzi che da anni vogliono vederci chiaro sulla morte di Cobain,

Le foto del fucile hanno inoltre rimesso in pista Tom Grant il detective noto leader dei cospirazionisti che ha rimarcato di stare continuando a lavorare sulle incongruenze del caso giorno e notte.