101 Albums You Should Die Before You Hear Vol 1, recensione

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Un po’ sì e un po’ no. 101 Albums You Should Die Before You Hear Vol 1, il libro fortemente voluto dal guru della critica musicale Everett True e nato dal web tramite la comunità Rejected Unknown dice tante verità, ma ha diversi punti deboli.

Da una parte il volume mette finalmente al loro posto gente come Jeff Buckley, i Coldplay, i Foo Fighters di Sonic Highways, i Green Day, i Nickelback, gli Oasis, i Radiohead, i Verve, gli U2 e la merda 2.0 tipo i Mumford & Sons, smitizza John Lennon e London Calling, si muove sicuro nello spiegare che tutta questa gente spaccia roba artefatta e senza anima, tiene in gran conto i valori di quel femminismo che ci ha regalato delle gran band; dall’altra è un pastiche troppo forzato tra haiku, flame su forum e social, vignette e classiche recensioni (a volte non editate a dovere e veramente logorroiche).

Everett True si è limitato a premere qualche tasto, dando la possibilità a tutti di contribuire scrivendo e questo purtroppo ha negato al libro il mordente che avrebbe potuto avere e, in alcune parti, l’ha reso noioso quasi quanto un disco degli U2.

Vorrei anche soffermarmi sul coraggio di questo libro: apprezzabile e condivisibile lo sforzo di metter dentro ad una lista di album-no tre lavori beatlesiani tra i quali gli intoccabili Abbey Road Sergeant Pepper’s (soprattutto perché la scelta è ben motivata), non condivisibile ma accettabile anche la bocciatura del doorsiano L.A. Woman, metter dentro In Utero dei Nirvana invece vuol dire cercare di strafare e dare uno schiaffone alla storia di Everett True, al sotto-testo del libro e a un altro miliardo di cose belle e pure che non vi sto ad elencare, forse qua il nostro guru avrebbe dovuto avere il coraggio di rifiutare questo insensato affronto; non è questione di gusti perché 101 Albums sbeffeggia anche America’s Sweetheart di Courtney Love che considero un buon lavoro, ma non mi metto a difenderlo.

Piccola curiosità: tra i contributor c’è anche Amber Bighorse (madre e matrigna delle due Skating Polly) che si dedica a distruggere Discovery dei Daft Punk.

Everett True comunque sta andando avanti con altri progetti che lo rimettono al centro della scena e sono sicuro che saranno illuminanti.

Ecco il link per acquistare 101 Albums You Should Die Before You Hear: 

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‘Girl In A Band’, recensione del libro di Kim Gordon

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Ho sempre pensato che scrivere un’autobiografia sia una delle cose più difficili che una persona, specie se sensibile, possa fare; adesso che ho finito quella di Kim Gordon questa mia convinzione è ancora più solida. ‘Girl In A Band’, nei giorni scorsi, è finalmente uscito in italiano grazie a minimum fax.

L’opera inizia dalla fine. La fine del matrimonio tra Kim e Thurston. La fine di trent’anni di musica dei Sonic Youth. L’ultimo concerto. Kim è una donna tradita e non nasconde le proprie ferite. Dopo questo prologo pesante il libro procede in ordine cronologico e tutta la vita di Kim scorre tra le pagine: dagli anni giovanili girovagando per il mondo con la famiglia e l’ingombrante fratello Keller, al precariato, all’incontro con un musicista più giovane di nome Thurston Moore, alla nascita dei Sonic Youth (quando lei aveva trent’anni). Attorno alla band girerà tutta la vita reale: il matrimonio, la nascita della figlia Coco e l’adulterio (l’autrice, anche se l’identità della persona in questione è di dominio pubblico, la chiama sempre “quella donna”).

‘Girl In A Band’ ci fa scoprire le vecchie e le nuove insicurezze di una Kim Gordon che dal di fuori poteva sembrare glaciale e forte, un’icona. Una giovane donna che va a trovare William Burroughs assieme a Michael Stipe, che va in tour con Neil Young, ma che non riesce a montarsi la testa, a lasciarsi andare, a sentirsi una rockstar sul piedistallo, fortunatamente.

Non c’è stata solo la musica nella vita di Kim, ma nel libro ci sono tante (troppe, per il mio gusto) pagine sulla sua vita di artista figurativa.

Nella vicenda c’è una figura fondamentale: Kurt Cobain; una persona alla quale la stessa Gordon dà un ruolo più importante di quello del marito. Il dolore per la morte di quel ragazzo con cui ha condiviso solo un paio di tour è più grande della “nuvola nera” che cresceva sulla testa di Moore anno dopo anno. La relazione tra Kim e Kurt è descritta come totalmente empatica, le loro iper-sensibilità sembrano aderire, lei assume un ruolo quasi materno e sembra essere l’unica persona con cui lui riuscisse a parlare sinceramente. Se “Kurt Cobain è tipo Gesù” come le disse Bruce Pavitt della Sub Pop invitandola a vedere i Nirvana la prima volta, Courney Love è descritta da Kim Gordon come una sorta di Anticristo (“un rottame”, “ambiziosa”, “manipolatrice”, “incredibilmente egocentrica” e “perversa”…)

Il culmine dell’opera, non a caso, è la serata in cui i Nirvana sono entrati nella Rock N Roll Hall Of Fame e lì qualche lacrima mi è scesa.

Ho cantato «Aneurysm», con il suo ritornello, «Beat me out of me», mettendoci dentro tutta la rabbia e il dolore degli ultimi anni – un’esplosione, quattro minuti di sofferenza, in cui finalmente sono riuscita a liberare la tristezza furiosa per la morte di Kurt e tutto quello che l’ha circondata.

 

 

 

Intervista a Michelle Leon, ex bassista delle Babes In Toyland e autrice del libro ‘I Live Inside’

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‘I Live Inside’ l’ho divorato in due giorni, non pensavo di poter leggere duecento pagine in inglese con tutta la ruggine che ho accumulato negli ultimi anni. Il merito è tutto dell’autrice Michelle Leon, la bassista originale delle Babes In Toyland, che si è dimostrata un’eccellente narratrice. Nel suo primo vero lavoro letterario il focus è proprio la vita all’interno della band, da quando le tre musiciste potevano ritrovarsi a servire birre nel locale dove poche ore dopo si sarebbero esibite alla consacrazione e all’attenzione dei media. Michelle racconta tutto con assoluta sincerità ed è in grado di creare empatia per quella ragazzina un po’ timida che condivideva il palco e il furgone “Vanna White” con due personalità forti come Kat Bjelland (che su quel mezzo viaggiava sul “sedile della principessa”) e Lori Barbero. Lo stile di scrittura è semplice, diretto, accattivante. Il libro è strutturato in capitoletti scritti in presente storico e ogni tanto irrompono tra le sue pagine dei flash dell’infanzia e dell’adolescenza che contribuiscono a capire meglio le insicurezze dell’autrice/protagonista e la fascinazione che pian piano cresceva in lei per i ragni, la morte e l’oscurità. Interessante anche il materiale fotografico che impreziosisce il volume edito da Minnesota Historical Society Press.

Il dialogo con il lettore è costante: Michelle spesso irrompe con commenti cinici e mette a nudo alcune sue avversioni verso l’utilizzo di termini come “gig” o la ricorrente domanda sul cosa significhi essere una musicista donna. Ma questa è soprattutto una storia di incomprensioni, scazzi, tensioni, sorellanza, amore, condivisione tra tre persone. E una storia di morte che strappa il cuore. Veramente uno dei più bei libri che mi sono capitati tra le mani negli ultimi tempi.

Michelle è stata entusiasta di concedermi un’intervista e anche il modo in cui ha risposto alle domande mi è piaciuto molto, ci sa fare con la penna quanto ci sapeva fare con il basso!

We do an interview with Everett True, a famous music journalist in England, for the magazine NME. Thy take pictures of us in a London fla market, sheer white dresses hanging behind us on a clothesline as we sit on the ground. Everett asks a riveting question: “What’s it like to be girls in a band?” Lori kids that we get our periods at the same time. I cringe. Kat then talks about her stepmother beating her for not doing her chores properly. Lori mentions a guy whipping his dick out at her. “Is there anything else you would like to know?” I ask.
The interview questions I like best are the ones that explore our personalities, like “What’s your favorite holiday?” or “What’s your favorite food?” College fanzine writers are often great that way, like their intentions are pure, wanting to know more about you. Thse interviews are
actually fun. (MICHELLE LEON, ‘I Live Inside’ , Minnesota Historical Society Press, 2016)

  1. Perché hai deciso di scrivere questo libro?

Inizialmente non volevo scrivere per niente della band. Ero sulla difensiva e pensavo che a nessuno potesse importare di un’altra biografia rock e che sarebbe stato super noioso scriverne una. Stavo cercando di usare i miei master post laurea per scrivere cose più originali. Stavo scrivendo molto sulla mia vita, molte cose recenti come il vivere a New Orleans durante l’uragano Katrina. Mentre scrivevo il mio lavoro continuava a tornare ai tempi in cui ero nella band e alla fine ho capito che quella era la storia.

  1. Cosa significa per te il titolo ‘I Live Inside’?

Ha tanti significati: essere parte di qualcosa di importante è “vivere dentro”, come la band e la scena musicale o come passare il tempo con gli amici o la famiglia. L’idea di essere un insider vs. essere un outsider, trovare un posto al quale senti di appartenere. Ma si riferisce anche alle emozioni interne all’animo, allo scoprire significati vivendo e creando arte e musica e a come ciò ti fa sentire vivo, potente e libero.

  1. Il libro si apre con delle brevi opinioni di musicisti e scrittori sullo stesso. Quale di queste ti ha più toccato?

Ho amato tutte quelle recensioni! Quelle delle signore Skating Polly hanno significato molto per me perché loro hanno più o meno l’età che avevo io nel libro, è come un passaggio di testimone. Mi è piaciuta anche quella di Scott Heim che dice che il libro fa sì che tu voglia ascoltare musica con me e ballare con me; quello è il complimento definitivo!

  1. Hai impiegato sei anni per scrivere il libro, c’è stato un momento buio durante il processo? E il momento migliore invece quale è stato?

Ho dovuto affrontare molti rifiuti da agenti e editori, quindi ci sono stati momenti in cui sentivo che il libro non sarebbe mai diventato realtà. È stata molto dura perché ci ho messo dentro tanto cuore. Scrivere della morte di Joe Cole è stato veramente difficile; ho affrontato molti momenti cupi (da dentro e da fuori) e ho veramente scavato in profondità per ricordare come fosse essere lì in quel posto, subito dopo che lui se ne era andato e quanto ciò mi distrusse.

Molti dei momenti migliori sono stati quando la scrittura ha iniziato a scorrere, quando stavo avendo questi punti di svolta con i quali potevo capire cosa significava il tutto. Avere il libro pubblicato è stato fantastico! Non riesco a credere che sia realtà. Come quando un sogno diventa vero, così è vedere il libro fisicamente seduta alla mia scrivania o mentre faccio dei reading e firmo le copie nelle mie librerie preferite.

  1. Suonare nelle Babes In Toyland e scrivere un libro: quanto sono vicine e quanto lontane tra loro queste due forme d’arte?

Entrambe le cose, la scrittura e la musica, vengono dagli angoli più profondi del mio cuore. Entrambe derivano dai lavori creativi che apprezzo enormemente, adoro e amo. Scrivere è molto molto intimo, privato e personale, qualcosa da fare da soli. La musica è molto molto forte e collaborativa, quindi il tuo amore e la tua creatività vengono mischiati con quelli dei tuoi compagni di band per creare qualcosa che sta al di sopra di tutti voi, qualcosa di più grande di voi come individui.

  1. Quali autori hanno ispirato la tua tecnica di scrittura?

Maggie Nelson, Mary Karr, Amy Hempl, Lydia Davis, il libro ‘Widow Basquiat’ di  Jennifer Clements mi ha influenzato molto per lo stile con cui è stato scritto e anche per i brevi flash come nel mio libro. Leggo molto le donne, mi trovo molto più in sintonia con le loro storie e con il loro modo di raccontarle. Ho letto tante biografie per prepararmi. E leggo poesia da Jack Gilbert a Mary Oliver, Rumi, Sherman Alexie. Amo leggere e spero di avere sempre più tempo per farlo.

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CREDIT SHELLY MOSMAN

  1. Vuoi diventare una scrittrice o è stato solo un episodio?

Ho sempre voluto essere una scrittrice. Ho iniziato a scrivere per il giornale della mia scuola quando ero alle medie e avevo più o meno 12 anni! Mi piacciono tutti i generi: dalla poesia alla fiction al giornalismo alle lettere alla manualistica, tutto quello che ha a che vedere con la scrittura mi comunica qualcosa.

  1. Chi era la ragazza nelle foto con Lori e Kat e chi è oggi Michelle Leon?

Ero solo una ragazzina quando ero nella band. Incontrai Lori e Kat quando avevo 17 anni! Adesso sono nei miei quaranta e sono una mamma e una moglie e un’insegnante, ma sono ancora quella ragazza goffa e insicura in fondo in fondo. Amo la musica e l’arte e i fiori e i cani e le mie amiche e i miei amici. Questo non è cambiato!

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  1. Come trovi Kat e Lori oggi? Quali sono stati i loro commenti più significativi su ‘I Live Inside’?

Entrambe sono state fantastiche e mi hanno supportato. Non è stato facile. C’è stata una grande invasione della loro privacy a causa di ciò che ho scritto nel libro, sono stata il più trasparente possibile in quello che stavo facendo e ho mostrato loro le prime bozze. Lori, in particolare, è stata veramente di grande aiuto nel farmi ricordare i dettagli di diversi avvenimenti. La memoria è così interessante perché ricordiamo le cose nei modi più differenti. Proprio in questi giorni Kat mi ha detto: “Hai raccontato la verità” e questo significa TUTTO per me, perché so che lei ricordava molte cose in maniera differente alla mia e il fatto che mi abbia dato il suo OK nonostante la mia verità non combaci esattamente con la sua, mi ha veramente toccato il cuore, non dimenticherò mai la sua generosità.

  1. Quale band rappresenta oggi l’eredità delle Babes In Toyland? Forse ho un’idea!

Amo moltissimo le Skating Polly! (n.d.A l’idea era giusta.) Tutti dovrebbero ascoltarle! Ci sono anche un altro paio di band che amo nell’area delle Twin Cities: le Bruise Violet e le Kitten Forever.

So che ce ne sono tante altre, ma non esco più molto per vedere concerti. Ho un figlio di un anno e un lavoro diurno, quindi è un po’ complicato.

  1. Il libro mi è sembrato una sorta di elegia del passato, che ne pensi?

Sì, è stato divertente capire chi ero e chi sono ora ripercorrendo il passato!

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CREDIT SHELLY MOSMAN

  1. Ultime domande, forse le più facili di tutta la lista: perché non usi la parola “gig” parlando dei vostri show?

Ha ha! “Gig” è una parola buffa per me, mi fa venire in mente un rocker dandy e dozzinale, ma sono sicura che molte persone che la usano non sono dozzinali, parlare di “show” mi sembra meglio, ma non intendevo offendere nessuno!

  1. So che queste due le amerai: quali sono le tue vacanze preferite? Quale è il tuo cibo preferito?

VACANZE: il 4 luglio, non tanto per il significato o per il concetto di GRANDE AMERICA o cose così, ma perché si trova nel mezzo dell’estate ed è il miglior periodo dell’anno durante il quale puoi nuotare nei laghi e andare in bicicletta e andare ai mercati contadini e i fiori sono sbocciati. E i FUOCHI D’ARTIFICIO, naturalmente. Vivo in un posto dove può fare davvero freddo quindi l’estate è super speciale.

CIBI: olive, stuzzichini, verdure di stagione super fresche e pesce e carne affumicata, formaggio, bistecca, vino (AMO TANTISSIMO L’ITALIA E IL VOSTRO CIBO!!!!!) Ho vissuto anche per molto tempo a New Orleans, quindi tra i miei preferiti ci sono anche gamberoni bolliti e granchi e gamberetti.

  1. Dove la gente (italiana) può comprare il tuo libro?

AMAZON ITALY! Potete anche ordinare una copia firmata del  mio libro sulla pagina Facebook. Se avete la pazienza di aspettare quanto potrebbe metterci la posta, scoprirò quanto costano i francobolli per l’Italia quando manderò un po’ di libri domani.

  1. Vorresti suggerirmi un link youtube del tuo periodo nelle Babes e dirmi cosa significa per te?

 Amo questo video perché quello fu l’anno in cui sentivo che eravamo affiatate, che funzionavamo alla perfezione e che era il punto più intenso della nostra carriera insieme. Mi piace anche perché posso vedere quando ero solita portare le mie chiavi al collo per star sicura di non perderle!!!!

 

Intervista a Paolo Gresta, autore di ‘One Shot Band’ (Arcana)

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Un’idea tanto semplice quanto affascinante: scrivere un libro sulle band che, per un motivo o per l’altro, si sono fermate al primo disco. Ci ha pensato Paolo Gresta (giornalista noto a chi bazzica voracemente il web in cerca di news artistico-musicali) che ha condensato il tutto nelle circa 150 pagine di ‘One Shot Band’ uscito per Arcana. Una bella roba che si è meritata l’attenzione di Panorama e di Paper Cuts! Se siete curiosi leggete l’intervista all’autore e poi spaccate il maialino che potrebbe essere necessario comprare il libro e qualche disco:

Domanda ricorrente, ma sempre attinente in lavori come il tuo ‘One Shot Band’: ti ricordi il momento in cui ti si è accesa la lampadina?

Certo, lo spiego proprio nell’introduzione del libro. Era mattina e stavo scrivendo, quando a un certo punto per radio passa Strange World di Ké, non so se te la ricordi. Mi venne in mente che, all’epoca (era il ’95), avevo comprato il disco e mi era piaciuto tantissimo. In quel momento pensai che era un peccato che ci si fosse dimenticati di un album così bello. E anche del suo autore. Quindi mi chiesi semplicemente: “Ma Ké che fine avrà fatto?”. Ecco, l’embolo è partito da lì!

Quanto tempo ed energie ti ha preso il progetto? Quale è stata la difficoltà maggiore che hai trovato durante la composizione e quale l’attimo più soddisfacente mentre eri alla scrivania?

Ci ho messo all’incirca un anno per completare tutto. Il problema più grande sono state le verifiche al materiale che ho inserito nel libro, che mi hanno succhiato gran parte del tempo. Ogni tanto trovavo episodi citati in qualche intervista a cui dovevo cercare un riscontro, oppure tracklist di dischi diverse da sito a sito, musicisti che da una parte figuravano e da un’altra no. Insomma, in certi casi è stato snervante! I momenti più belli, invece, sono stati quelli in cui scoprivo della grandissima musica quasi completamente sconosciuta, materiale incredibilmente moderno inciso 30 o 40 anni fa. È stato un viaggio meraviglioso.

‘One Shot Band’ è uscito con Arcana, un editore affermatissimo nel settore, vuoi raccontarci come è iniziato questo rapporto?

A settembre 2014 ricevo la telefonata di Vincenzo Martorella, mio direttore ai tempi di Muz Magazine, che mi diceva di come avesse cominciato a collaborare con Arcana. Mi chiese se avevo qualche idea per un libro, visto che dovevano attivare una serie di nuove collane. Risposi che ne avevo più di una! Così cominciammo a parlare di ‘One Shot Band’. Poi gli mandai un paio di capitoli di prova, andarono bene e il progetto iniziò. Sono stato a dir poco onorato di essere uscito per Arcana, la maggior parte dei libri di musica che possiedo sono stati pubblicati da loro. Un sogno che si è avverato! Non ringrazierò Vincenzo mai abbastanza.

Tra le band di cui parli ce ne è una che preferisci? Quale è il suo valore aggiunto, per te?

Non ce n’è solo una. Sono stati parecchi, i dischi che mi hanno davvero colpito. Su due piedi mi viene in mente l’album solista di Mark Hollis, il leader dei Talk Talk, oppure quello di John Manning. Entrambi di una bellezza insospettabile. Ma anche gli album di Tomorrow, The United States of America, Skip Spence… La cosa che accomuna tutti, forse, è la loro incredibile modernità, quell’approccio unico che rende un lavoro impermeabile al tempo. Ci sono dei suoni formidabili in alcuni dischi degli anni ’60 che ti confermano che noi, oggi, non ci siamo inventati proprio niente! Un lavoro davvero unico è quello dei Monks, la band che vedi sulla copertina del libro: un violentissimo gruppo punk che ha suonato 10 anni prima che il punk nascesse!

Dietro alla storia di questi gruppi ci sono tanti aneddoti folli e curiosi, vuoi raccontarne uno che ritieni esemplare?

Il primo che mi viene in mente e che mi sembra abbastanza indicativo riguarda i Clear Light, band di Los Angeles fondata nel 1966. Questo gruppo, oltre a possedere la caratteristica di avere due batteristi in formazione, fu prodotto nientemeno che da Paul Rothchild dell’Elektra, ovvero il genio dietro al sound di Doors e Love, tanto per dirne un paio. E infatti il disco omonimo che fecero uscire nel settembre del ’67 fu un capolavoro. Rothchild però era percepito dalla band come una specie di dittatore, un maniaco del controllo, un paranoico. Tanto che il cantante Cliff DeYoung e gli altri membri non ne potevano più di ubbidire ai suoi ordini. Così, poco prima di una loro esibizione in tv, decisero di scambiarsi gli strumenti gli uni con gli altri, combinando un vero disastro e di fatto, distruggendo la loro carriera sul nascere. Tutto questo solo perché volevano fare qualcosa di testa loro e disubbidire a Paul! Insomma, tanti gruppi sono spariti dalla circolazione per sfortuna o per la morte prematura di qualche componente, ma spesso erano i gruppi stessi a complicarsi la vita!

Domanda cattiva: c’è una band che non sopporti a tal punto da pensare che sarebbe stato meglio se avessero fatto solo un disco?

Ce ne sono a dozzine… Alcune non dovevano neanche iniziare! Guarda, adoravo i Linkin Park, il primo disco è un capolavoro. Il secondo, poi, così così. Dopo di che, un disastro totale. Sono i primi ad essermi venuti in mente, ma ce ne sono troppi…

E una che ritieni che abbia fatto un ottimo debutto e con gli album successivi sia scadutissima?

Vedi sopra! Ma mi vengono in mente anche i Babylon Zoo, restando nel solco dei dimenticati: primo disco pazzesco, il secondo invece fu terrificante. Anche qui la lista sarebbe lunghissima.

C’è una morale in ‘One Shot Band’?

Non direi, non mi sono posto il problema. Leggendo e studiando le storie di questi gruppi, però, è il caso di dire alle band emergenti di scegliere con grande cura a chi affidare il proprio lavoro e i propri sogni: spesso sono stati manager incompetenti ed etichette cialtrone a commettere errori grossolani e a condannare per sempre persone di grande talento all’oblio.

Hai altre idee letterarie per il prossimo futuro?

Ne ho un paio in testa, sì. E il lavoro che mi aspetta potrebbe essere ancora più meticoloso di OSB! Spero di riuscire a realizzarlo.

Avete spaccato il maialino?

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