Ricordi le 7 Year Bitch? Selene è tornata

selene vigil

C’era una volta tra il 1992 e il 1997 una band di ragazze di Seattle (guarda caso) che suonava una musica graffiante senza scendere a compromessi. Si chiamavano 7 Year Bitch ed ebbero una storia breve e travagliata che però ha lasciato un prezioso lascito.

Il gruppo era capitanato da Selene Vigil, la classica ragazza ribelle, che cantava con la sua inconfondibile voce roca e volutamente sgraziata. Erano tempi belli ma non facili e le 7 Year Bitch, mentre trovavano l’apprezzamento del pubblico, dovettero vedersela con due gravissimi lutti: appena uscito il primo album Sick ‘Em la chitarrista cofondatrice Stefanie Sargent morì a 24 anni soffocata dal proprio vomito dopo una notte di moderata follia (gli esami rivelarono che il quantitativo di eroina assunto non fu notevole), nel 1993 la leader delle Gits Mia Zapata fu stuprata e uccisa nella zona di Capitol Hill quando aveva 28 anni. Mia era una delle mentori principali per le riot grrrl ed era molto amica di Selene e le altre, tanto che il secondo disco delle 7 Year Bitch fu intitolato ¡Viva Zapata!

Fu proprio il secondo album ad impressionare due pezzi grossi di MTV come Beavis e Butthead che, seduti sul divano davanti al video di ‘Hip Like Junk’, annoverarono le 7 Year Bitch (complice anche il nome) tra le band “fighe”. 

Nel 1996 la band concluse il rapporto con la storica etichetta di Seattle C/Z e firmò con la major Atlantic Record e diede alla luce Gato Negro.

Le vendite del terzo lavoro non andarono come previsto e il gruppo finì per implodere.

L’impatto delle 7 Year Bitch nel panorama culturale e musicale dei Novanta si può comunque esemplificare con una scena del film Prey For Rock & Roll (2003) nella quale Faith, uno dei personaggi principali, indossa la maglietta del gruppo proprio mentre parla del periodo delle riot grrrl.

Qualche mese fa, 20 anni dopo lo scioglimento, è stata casualmente ritrovata la registrazione completa e con un’ottima qualità audio del Live At Moe del 1994 che si è aggiunto alla discografia ufficiale delle 7 Year Bitch.

Dopo le 7 Year Bitch Selene si è sposata con il batterista dei Rage Against The Machine e degli Audioslave Brad Wilk con il quale ha due figli, ma i due musicisti non stanno più insieme. Nel 2010 è tornata con il nome di Selene Vigil-Wilk ed ha sfornato un album solista That Was Then (Tuck & Roll Records) piuttosto sperimentale rispetto ai tempi delle 7 Year Bitch.

Circa un anno fa ha formato i Selene Vigil Et Amicis con Ben London e Ryan Leyvan alle chitarre, Eric Corson al basso e Steven Barci alla batteria. La band ha iniziato a bazzicare i palchi di alcuni club di Seattle e dintorni (prossimo impegno allo Slim’s il 5 agosto) e a lavorare in studio per il debut-album. Oggi abbiamo il titolo (Tough Dance),  sappiamo che uscirà in autunno, ma soprattutto possiamo ascoltarci il primo singolo ‘Sha La La’ nel quale la sua inconfondibile voce roca svetta su un tappeto di chitarre un po’ hard rock con , eccolo qua:

 

 

 

 

 

Advertisements

La band di Novoselic non fa schifissimo

krist

Si intitola ‘Sasquatch’ il primo singolo e il primo video ufficiale dei Giant In The Trees la nuova band del bassista dei Nirvana Krist Novoselic. Dopo un rapido tour amatoriale in alcune bettole, almeno così sembrava vedendo le performance su YouTube, il gruppo stupisce con il singolo accompagnato dal videoclip e da una buona produzione.

Non c’è certo da gridare al miracolo, ma quel folk-pop-rock che sembrava non avere un perché l’ha trovato. Risultato gradevole insomma, anche per la voce della cantante Jillian Raye, se si fa eccezione per i bizzarri costumi da bifolchi indossati nel video dai musicisti (Krist pare un po’ David Gnomo molto cresciuto).

Si tratta del primo video ufficiale dell’ex Nirvana dal 2003 quando fu protagonista in ‘Alaska’ degli Eyes Adrift e della prima apparizione video legata alle arti dal cameo ne ‘Il papà più buono del mondo’ in cui interpretò un venditore ambulante di giornaletti porno, era il 2009.

Ecco il video:

 

Musica di merda? Colpa della critica di merda

nirvana-corporate-magazines-still-suck

Se la musica rock, alternativa, underground (per non usare l’abusato “indie”) in Italia è banale, piatta e praticamente morta tra i principali responsabili c’è la critica musicale, che ha imparato ad esaltare le formule matematiche propinate dai producer e spacciarle per prodotti empatici per giovani troppo disattenti con la punta del naso a un palmo dal loro stupido smartphone.

La stampa di settore italiana, negli ultimi 10-15 anni, è tornata indietro decenni. Le riviste che dovrebbero promuovere il rock o muoiono o sbattono in copertina personaggi che non avrebbero sfigurato su “Tutto” negli anni ’80 e non indagano, non curiosano, non scoprono.

Sembra assurdo, vero, che la colpa sia di chi scrive e non di chi suona? Beh, torniamo ai tempi in cui le cose andavano diversamente. L’ultima grande rivoluzione del rock? I Nirvana, bravi!

Se non fosse stato per Everett True (NME) forse Kurt Cobain sarebbe ancora vivo e farebbe ancora il bidello part-time, tipo Skardy dei Pitura Freska. Il buon True ha avuto quel fiuto (e quel gusto) che ha permesso a quella cazzo di musica con l’Anima di arrivare in the UK e di diffondersi in tutto il mondo. I Nirvana sono diventati i Nirvana e sulle copertine dei magazine, anche italiani, si sono visti Hole, Babes In Toyland, L7, Alice In Chains, eccetera, con i poveri Mudhoney (proprio a causa della predilezione del critico per la band di Cobain) che si sono visti penalizzati.

Morto Cobain, la fiamma di True si è affievolita e, in ritardo, sono arrivati coloro che hanno cercato altri (falsi) miracoli, come i Radiohead o i Foo Fighters rincitrulliti dei giorni nostri.

Pian piano i falsi miti si sono impossessati delle cover dei nostri cari mensili, ma gradualmente sono stati spesso rimpiazzati da popstar, rapper, politici e pontefici. Quando serve però si rispolvera proprio il faccino di Cobain per vedere di recuperare le vendite non proprio eccezionali del numero con Bergoglio.

Ragazzi, così non si va da nessuna parte e passiamo da un Brunori a un Calcutta ai TheGiornalisti con la stessa rapidità con la quale cadevano i governi della Prima Repubblica. In giro per il mondo ci sono tante band che valgono 100 volte i Radiohead o i Foo Fighters, gruppi formati da persone che hanno quell’Animo che il buon True (ancor oggi da blogger sfigato) coglie al volo.

Steve Jobs (altro tipo da copertina che non c’entra un cazzo) diceva quella roba lì dell’osare, ma intendeva forse: “Osate indebitarvi per il mio telefonino e non siate più curiosi”?

Oggi sulle riviste e sulle webzine italiane il massimo dell’osare sta nel lamentarsi del successo di questo o quello (cosa già apprezzabile quando si parla di Brunori, Calcutta, TheGiornalisti), ma il punk (in senso lato) non lo va a cercare nessuno.

Le arti visive hanno bisogno di uno Sgarbi (che non solo si incazza), la musica non può avere Manuel Agnelli come principale critico; a Manuel Agnelli spetta suonare ed è uno dei pochi in questo Paese che riesce a farlo mettendoci un po’ d’Anima.

Ciao, vado ad ascoltarmi un gruppo dell’Oklahoma che spero un giorno possiate scoprire perché di robe così non se ne sentono dai Novanta (Everett True appunto, Shirley Manson, Kate Nash, i Flaming Lips, le stesse Babes In Toyland e l’attore Viggo Mortensen hanno già approvato).

Nirvana: il video mai fatto di Paper Cuts

 

Oggi in rete è arrivato l’oro: i Ted Ed Fred al RadioShack di Aberdeen, il video completo mai diffuso su nessun canale. Facciamo un po’ d’ordine per chi non mastica la Storia?

Siamo ad Aberdeen (Washington, U.S.A), il 24 gennaio del 1988. Tre ragazzi Kurt, Krist e Dale  hanno appena registrato un demo, una delle canzoni si intitola ‘Paper Cuts’ (vi dice niente?) e ha un refrain che fa: “Nirvana, Nirvana, Nirvana”.

Ok, ci siamo? Il leader, Kurt, ha 21 anni e si è messo in testa di fare la rockstar, da un annetto suona con uno strano bassista spilungone di origini croate che si chiama Krist. Dopo aver provato un paio di buzzurri dello Stato di Washington come batteristi, il cocciuto Kurt convince a mettersi dietro le pelli nientemeno che il drummer della sua band preferita (che lo aveva scartato a un provino): Dale Crover dei Melvins.

Eh sì, questo Kurt di cognome fa Cobain, il Krist Novoselic e la band  di lì a poco prenderà quel “Nirvana” come nome.

Ora la smetto con la letteratura e passo alla cronaca: i Ted Ed Fred sono intenzionati a fare questo benedetto video di ‘Paper Cuts’ e conoscono Eric Harter, un tizio che gestisce un negozio di elettronica ad Aberdeen (luogo natio di Cobain) al quale chiedono di girare il videoclip proprio lì in orario di chiusura. Il povero Eric si munisce di un videoregistratore e di un pacchetto di sigarette per il “fumo heavy metal” necessario per rendere il tutto meno squallido (o più) e più grunge (o meno). La band registra in presa più o meno diretta ‘If You Must’ e appunto ‘Paper Cuts’, Novoselic evidentemente si era scordato di portare la tracolla!

Nel documento, che alla morte di Cobain fu consegnato da Harter alla vedova Courtney Love e che oggi è finito (non si sa come) sul canale YouTube di Mike Ziegler (non nuovo a queste imprese), ci sono 2 ‘If You Must’ e un quarto con Kurt che in apertura ci tiene tanto a fare un gran balzo dal fuori campo al microfono e due ‘Paper Cuts’. Un paio di giorni fa lo stesso Ziegler ha postato la band intenta a giocare con delle sfere al plasma nel retrobottega, un ‘numero’ che appunto sarebbe dovuto finire nel video low-cost di ‘Paper Cuts’, un utente oggi si è divertito a finire il lavoro di Harter confezionando la clip completa.

Si tratta di oro anche perché è uno dei rarissimi video della band con Dale Crover alla batteria, di più raro (lasciando stare il trascurabilissimo Dave Foster) c’è solo qualcosa con Dan Peters dei Mudhoney.

Ah, Novoselic tra una propaganda politica e l’altra si è degnato di postarlo sul proprio profilo Facebook con una scarna introduzione.

Ecco qua la performance completa:

 

Thegiornalisti a 23 euro? 5 modi per spendere meglio i tuoi soldi

Sopravvalutare gente che non ha niente da dire o che non ha proprio il buon vecchio piglio è ormai la cosa che riesce meglio alle fanbase e agli addetti ai lavori che gironzolano tra le webzine che contano e tra i locali che contano (i soldi).

“Sopravvalutare” anche in senso stretto, eh! Sto parlando di prezzi, mercato, crisi e di loro: fruitori di paghette e bonus per i 18enni, neet, babbei fuoricorso, webzinari gratis con i soldi di papà, youtuber che non conoscono l’italiano etc. tutta gente che manda sold out band senza né arte né parte.

Okay, ero giovane e mi piacevano i Verdena, me li son visti un fracco di volte, ma quando il prezzo del biglietto superava 10 euro ero il primo a sventolare bandiera bianca: pensavo semplicemente che fossero dei ragazzi come me e che non andassero trattati come star (la storia mi ha dato ragione) e pensavo che i loro concerti non dovessero costare quanto (che ne so) un live dei Mudhoney che porca puttana mi vengono da Seattle con il sussidiario sottobraccio.

Oggi sono incappato per l’ennesima volta su una sponsorizzata di un live di una delle band che INSPIEGABILMENTE sta facendo furore dopo anni di onorata gavetta, i Thegiornalisti, prezzo: 23 euro.

Non addentrandomi oltre vi propongo una serie di acquisti che potreste fare con la stessa cifra, diciamo cose più utili e anche più piacevoli, voilà:

5. Hitler – Der Aufstieg des Bösen [2 DVDs]

Eh, mi fate salire il nazismo e ho bisogno di rilassarmi con una docu-fiction in doppio DVD, fatelo anche voi, avete bisogno solo di quei 23 euro!

concerti-italia-1

4. Una ceretta inguine + ascelle

Stesso prezzo, ma indubbiamente meno dolorosa di un concerto dei Thegiornalisti.

concerti-italia-2

3. Tre bottiglie di stura water

Non so perché, ma il podio è prettamente scatologico. Al terzo posto: procuratevi tre bottiglie di stura cesso (23 euro, ovvio) che se vi venisse voglia di andare alla prossima data potrebbero servirvi (prevenire è meglio che curare).

concerti-italia-3

2. Duecentotrenta rotoli di carta igienica del discount 

Vuoi mettere? Sempre che non ci pensi mammà.

concerti-italia-4

1. Un clistere, e che clistere!

Atto di coraggio per atto di coraggio io sceglierei questo, costa anche qualche centesimo in meno di un concerto dei Thegiornalisti. Poi cazzo… il packaging è una cosa surreale e tra Love Shower e Thegiornalisti non c’è confronto neanche a livello di nome, direi.

concerti-italia-5

By Starlight EP, recensione

EP di debutto dei britannici By Starlight: Sara Murray (voce e basso), Martino (chitarra e cori) e Ivo Sotirov alla batteria.

Il lavoro è stato prodotto da Paul Corkett che nel suo curriculum conta Black Market Music dei Placebo, Bloodflowers (The Cure) e The Butcher And The Butterfly (Queenadreena).

Il disco nasce da tutto questo: radici noise smussate dalla produzione ed evolutesi grazie alle diverse influenze dei membri del gruppo, la traccia di apertura ‘Run Away’ (capace di restarti nella zucca per un bel po’) ben rappresenta questo processo. Il cantato, sempre pulito, ricorda molto quello di Shirley Manson e alla fine dei conti ciò che si sente di più a livello di rimandi sono Pixies e The Cure, seppur rivisti e corretti con le chitarre che spesso vanno a 200 all’ora e la batteria che non perde un colpo.

Anche il secondo brano ‘So Desperate’ è destinato a rimanere in testa per un po’ di tempo, però per i miei gusti le canzoni uggiose devono esserlo non solo nelle liriche: la musica non dovrebbe essere frenetica, ma lenta e cadenzata; un po’ come avviene nella successiva ‘The Reason’ che (seppur catchy) è più calma.

‘All Gone’ conclude l’EP con qualche graffietto e feedback in più.

Il debutto dei By Starlight è quindi spendibilissimo sul mercato (specie quello più preparato del Regno Unito) grazie alla sua produzione pulita, alle doti della band e alla capacità di composizione fondata su ritornelli che fanno ciò che devono fare: restarti in mente. A livello personale non mi sarebbe dispiaciuta una dose maggiore di tristezza e lentezza, viste anche le liriche che mi sembra rimandino spesso ad amori finiti male; però più lo ascolto e più mi piace.

Sul sito della band potete ascoltare l’EP e scaricarlo:

http://www.bystarlight.info/

 

Sono i giorni di Teri Gender Bender

screenshot-www-ticketone-it-2016-10-05-18-41-24

Mentre il tour del main project Le Butcherettes si avvicina a larghe falcate verso il Tunnel di Milano ove suonerà questo sabato sera, la vulcanica Teri Gender Bender dà alla luce due sorprese.

Iniziamo proprio da Le Butcherettes che hanno fatto uscire il nuovo video di My Mallely (tratta da ‘A Raw Youth’) che potete gustarvi qua sotto:

 

L’altra gustosa novità è Drugs On The Bus, la prima traccia del suo ennesimo progetto Crystal Fairy (un vero e proprio supergruppo che la vede affiancata alla chitarra da Buzz Osborne e alla batteria da Dale Crover, entrambi The Melvins, e al basso dall’eterno amico Omar Rodríguez-López). Il primo album dei Crystal Fairy (eponimo) uscirà il 24 febbraio per Iperpac, il brano d’assaggio ci rivela un prodotto molto melvinsiano a livello di sonorità, ma con la voce della messicana che dà quel tocco gradevole che a mio avviso è sempre mancato alla band statunitense, ecco qua:

 

Se vi piace la buona musica credo che questo materiale non possa che farvi venire voglia di recarvi al Tunnel Club sabato alle 21.00, lo spettacolo che ogni volta che sale sul palco può offrire la follia della Teri sarà sicuramente memorabile (ve lo dice uno che l’ha già vista all’opera e che si concederà volentieri il bis).