Musica di merda? Colpa della critica di merda

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Se la musica rock, alternativa, underground (per non usare l’abusato “indie”) in Italia è banale, piatta e praticamente morta tra i principali responsabili c’è la critica musicale, che ha imparato ad esaltare le formule matematiche propinate dai producer e spacciarle per prodotti empatici per giovani troppo disattenti con la punta del naso a un palmo dal loro stupido smartphone.

La stampa di settore italiana, negli ultimi 10-15 anni, è tornata indietro decenni. Le riviste che dovrebbero promuovere il rock o muoiono o sbattono in copertina personaggi che non avrebbero sfigurato su “Tutto” negli anni ’80 e non indagano, non curiosano, non scoprono.

Sembra assurdo, vero, che la colpa sia di chi scrive e non di chi suona? Beh, torniamo ai tempi in cui le cose andavano diversamente. L’ultima grande rivoluzione del rock? I Nirvana, bravi!

Se non fosse stato per Everett True (NME) forse Kurt Cobain sarebbe ancora vivo e farebbe ancora il bidello part-time, tipo Skardy dei Pitura Freska. Il buon True ha avuto quel fiuto (e quel gusto) che ha permesso a quella cazzo di musica con l’Anima di arrivare in the UK e di diffondersi in tutto il mondo. I Nirvana sono diventati i Nirvana e sulle copertine dei magazine, anche italiani, si sono visti Hole, Babes In Toyland, L7, Alice In Chains, eccetera, con i poveri Mudhoney (proprio a causa della predilezione del critico per la band di Cobain) che si sono visti penalizzati.

Morto Cobain, la fiamma di True si è affievolita e, in ritardo, sono arrivati coloro che hanno cercato altri (falsi) miracoli, come i Radiohead o i Foo Fighters rincitrulliti dei giorni nostri.

Pian piano i falsi miti si sono impossessati delle cover dei nostri cari mensili, ma gradualmente sono stati spesso rimpiazzati da popstar, rapper, politici e pontefici. Quando serve però si rispolvera proprio il faccino di Cobain per vedere di recuperare le vendite non proprio eccezionali del numero con Bergoglio.

Ragazzi, così non si va da nessuna parte e passiamo da un Brunori a un Calcutta ai TheGiornalisti con la stessa rapidità con la quale cadevano i governi della Prima Repubblica. In giro per il mondo ci sono tante band che valgono 100 volte i Radiohead o i Foo Fighters, gruppi formati da persone che hanno quell’Animo che il buon True (ancor oggi da blogger sfigato) coglie al volo.

Steve Jobs (altro tipo da copertina che non c’entra un cazzo) diceva quella roba lì dell’osare, ma intendeva forse: “Osate indebitarvi per il mio telefonino e non siate più curiosi”?

Oggi sulle riviste e sulle webzine italiane il massimo dell’osare sta nel lamentarsi del successo di questo o quello (cosa già apprezzabile quando si parla di Brunori, Calcutta, TheGiornalisti), ma il punk (in senso lato) non lo va a cercare nessuno.

Le arti visive hanno bisogno di uno Sgarbi (che non solo si incazza), la musica non può avere Manuel Agnelli come principale critico; a Manuel Agnelli spetta suonare ed è uno dei pochi in questo Paese che riesce a farlo mettendoci un po’ d’Anima.

Ciao, vado ad ascoltarmi un gruppo dell’Oklahoma che spero un giorno possiate scoprire perché di robe così non se ne sentono dai Novanta (Everett True appunto, Shirley Manson, Kate Nash, i Flaming Lips, le stesse Babes In Toyland e l’attore Viggo Mortensen hanno già approvato).

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