Musica dal vivo, portatori di cultura o di interesse?

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Settembre tempo di calendari per i medi-grossi live club dell’italica penisola, programmi uguali di anno in anno con la variante del finto outsider che per la stagione 2016/2017 si chiama Motta. Sorprese praticamente zero, tutto piatto, tutto uguale, tutto prevedibilissimo. In Italia il comparto musica dal vivo non osa, i gruppi medio-grossi alternative di ovunque spesso si ritrovano a girare intorno allo Stivale: Svizzera, Slovenia, ma difficilmente arrivano qua e se ci arrivano non vanno sold-out (in Svizzera e in Slovenia però lo fanno eccome).

All’estero la mission dei locali è proporre gruppi validi e roba nuova (non parlo di ’emergenti’ sgrausi da localetto di periferia), qua se si può si evita il nome straniero (qualche isola felice a Bologna o Milano forse è rimasta) e si fanno le cose facili, i compitini, tanto basta dare il pane e circo: la gente vuole la Bandabardò, i Tre Allegri Ragazzi Morti, Dente.

I gestori dei locali italiani quindi non sono più portatori di cultura, ma portatori di interesse (a Londra e a Milano si dice ‘stakeholders’) e fanno contente le agenzie e il pubblico che vuole solo danzare e farsi dei cocktail senza pensare alla qualità della proposta. La cosa ridicola è spesso fanno capo ad ‘associazioni culturali’.

La responsabilità viene anche dalla stampa, lasciamo stare le marchettine dei webzinari e concentriamoci sul pesce grosso che potremmo chiamare, boh, RS? Vada per RS. Non solo dà spazio a Bandabardò, Tre Allegri Ragazzi Morti e Dente come se fossero Beatles, Kiss e Neil Young, ma ormai ‘piscia fuori dal vaso’ e ti sbatte in copertina gente che con la cultura dalla quale nasce il magazine di riferimento per i rocker (complice di morti eccellenti come quella di Rocksound) non c’entrano un cazzo: vedi Fedez, J-AX e gli altri rappettoni che fan vendere copie.

Torniamo a noi immaginate un locale con buona capienza, che so, di Livorno vuoi che non chiami ogni anno il nome conosciuto livornese, magari amico intimo del gestore del locale? Oh, succede sempre anche quando questo pensa a tutt’altro che al fare dischi.

Immaginatene un altro, storicissimo, che ne so di Firenze, che deve fare? Adeguarsi all’appiattimento culturale e, dopo aver contribuito al successo nazionale di gente come i Litfiba o i Diaframma ti mette in calendario serate di taranta (che da un decennio o più piace tanto ai radical chic fuori sede) o Cristina D’Avena e i Gem Boy quando va bene.

Fingiamo ancora di essere in Toscana, diciamo a Viareggio. Qua locali che osano non ce ne sono da 10-15 e forse più anni. Però troviamo un gruppo, che quando c’è una serata live, è sempre la principale alternativa alle cover band. Per ammissione degli stessi gestori il suddetto gruppo “fa cagare ma porta sempre un branco di gente”, così rispondono a chi fa booking e gli propone qualcosa di più interessante, ma per loro “più rischioso”.

Questa è la situazione e chi ha idee, gusto e cultura musicale è volutamente messo da parte e si ritrova ad aprire un blog sfigato che si chiama Paper Cuts.

Tutto questo mi sembra molto peggio del fatto che Manuel Agnelli arrotondi con XFactor.

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