‘Girl In A Band’, recensione del libro di Kim Gordon

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Ho sempre pensato che scrivere un’autobiografia sia una delle cose più difficili che una persona, specie se sensibile, possa fare; adesso che ho finito quella di Kim Gordon questa mia convinzione è ancora più solida. ‘Girl In A Band’, nei giorni scorsi, è finalmente uscito in italiano grazie a minimum fax.

L’opera inizia dalla fine. La fine del matrimonio tra Kim e Thurston. La fine di trent’anni di musica dei Sonic Youth. L’ultimo concerto. Kim è una donna tradita e non nasconde le proprie ferite. Dopo questo prologo pesante il libro procede in ordine cronologico e tutta la vita di Kim scorre tra le pagine: dagli anni giovanili girovagando per il mondo con la famiglia e l’ingombrante fratello Keller, al precariato, all’incontro con un musicista più giovane di nome Thurston Moore, alla nascita dei Sonic Youth (quando lei aveva trent’anni). Attorno alla band girerà tutta la vita reale: il matrimonio, la nascita della figlia Coco e l’adulterio (l’autrice, anche se l’identità della persona in questione è di dominio pubblico, la chiama sempre “quella donna”).

‘Girl In A Band’ ci fa scoprire le vecchie e le nuove insicurezze di una Kim Gordon che dal di fuori poteva sembrare glaciale e forte, un’icona. Una giovane donna che va a trovare William Burroughs assieme a Michael Stipe, che va in tour con Neil Young, ma che non riesce a montarsi la testa, a lasciarsi andare, a sentirsi una rockstar sul piedistallo, fortunatamente.

Non c’è stata solo la musica nella vita di Kim, ma nel libro ci sono tante (troppe, per il mio gusto) pagine sulla sua vita di artista figurativa.

Nella vicenda c’è una figura fondamentale: Kurt Cobain; una persona alla quale la stessa Gordon dà un ruolo più importante di quello del marito. Il dolore per la morte di quel ragazzo con cui ha condiviso solo un paio di tour è più grande della “nuvola nera” che cresceva sulla testa di Moore anno dopo anno. La relazione tra Kim e Kurt è descritta come totalmente empatica, le loro iper-sensibilità sembrano aderire, lei assume un ruolo quasi materno e sembra essere l’unica persona con cui lui riuscisse a parlare sinceramente. Se “Kurt Cobain è tipo Gesù” come le disse Bruce Pavitt della Sub Pop invitandola a vedere i Nirvana la prima volta, Courney Love è descritta da Kim Gordon come una sorta di Anticristo (“un rottame”, “ambiziosa”, “manipolatrice”, “incredibilmente egocentrica” e “perversa”…)

Il culmine dell’opera, non a caso, è la serata in cui i Nirvana sono entrati nella Rock N Roll Hall Of Fame e lì qualche lacrima mi è scesa.

Ho cantato «Aneurysm», con il suo ritornello, «Beat me out of me», mettendoci dentro tutta la rabbia e il dolore degli ultimi anni – un’esplosione, quattro minuti di sofferenza, in cui finalmente sono riuscita a liberare la tristezza furiosa per la morte di Kurt e tutto quello che l’ha circondata.

 

 

 

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